Fare utopia. Diamo spazio al futuro

È stata un’estate intensa. Il caldo soffocante (leggi: cambiamento climatico) ci ha lasciati storditi e confusi, l’IA fa passi da gigante nelle direzioni più sbagliate, e chi ci governa non sembra avere idea di come affrontare la faccenda. Anzi – minimizza, o pensa che ci può fare dei soldi e si lecca i baffi con la lungimiranza di un topo che osserva il formaggio nella trappola.

In questo clima (letterale e figurativo), nella mia bolla (social e non) l’accessorio moda dell’estate è stato senza dubbio il doomerism, cioè la visione del mondo estremamente pessimista caratterizzata dalla convinzione che le crisi globali siano così gravi e pervasive che è impossibile porvi rimedio: in poche parole, la visione doomer è che siamo fottuti. Tutto viene accettato con una sorta di angosciata rassegnazione. Che ci posso fare, io?, è la domanda posta in attesa che pure l’ansia esistenziale, come le ondate di calore, passi di moda e l’autunno porti il fresco e qualcosa di diverso su cui concentrarsi.

Circondata da questa narrazione catastrofista, ho fatto molta fatica a contrastarla e a non lasciarmi trascinare da essa. C’è un vecchio mondo che sta crollando attorno a noi e una classe di miliardari consapevoli che il collasso è alle porte, e ben contenti che la disperazione ci conduca direttamente alla passività e all’inazione. E però, il mondo che verrà non può appartenere a loro. Quindi, che fare?

Immagine di @blcksmth

Lo ripeto: seriamente, cosa facciamo? Ci ho pensato tutta l’estate, e mi sono data queste risposte, che in realtà vorrei fossero l’inizio di un dialogo.

  1. Parliamo di come ci sentiamo alla prospettiva di perdere questo mondo. Qualche giorno fa, dopo aver lasciato i bambini a scuola, io e un’altra mamma siamo andate a bere un caffè e ci siamo trovate a parlare delle nostre paure. Per fallato e schifoso che possa essere, il sistema attuale ci è familiare. Abbiamo, volenti o nolenti, imparato a muoverci nei limiti che esso ci pone e a godere di ciò che esso ci offre nonostante le sue contraddizioni. Molti lo disprezzano, ma non sono pronti a perderlo; e per questo dobbiamo parlarne. Cosa significa vivere una “buona vita” nel contesto in cui ci troviamo? Di fronte al crollo di qualsiasi garanzia che le cose possano andare per il verso giusto, come ci sentiamo? La perdita di certezze, di riferimenti, di ecosistemi è a tutti gli effetti un lutto protratto. Ci servono pratiche, rituali che ci aiutino ad affrontarlo – invece di fare spallucce, esclamare “Heh! Siamo fottuti!”, ridere per non piangere, o rifugiarci nel doomscrolling... parliamone.

  2. Cominciamo qualcosa di diverso, per quanto piccolo. La paura di perdere questo mondo non può trasformarsi in paura di crearne uno nuovo. È vero, la proporzione della crisi è mondiale e la nostra capacità di azione è a livello strettamente locale – la nostra comunità, il nostro qui-e-ora. Ogni gesto sarà sempre minuscolo rispetto all’intera civiltà sull’orlo del fallimento a cui si contrappone. Ma non mi pare un’argomentazione sufficiente per lasciar perdere. Noi vogliamo mettere radici nel nostro amato rudere, ristrutturarne gli edifici, rigenerarne il suolo e coltivarlo, crescere i nostri figli, conoscere e stringere relazioni con le persone che vivono intorno a noi. Ci abbiamo messo anni per giungere a questa decisione, ci vorranno anni per realizzarla, e nessuna delle nostre azioni, di per sé, rimpiazzerà il sistema attuale. Insomma, la nostra – come quella di tanti altri – è una risposta così piccola che è quasi imbarazzante. Eppure la convinzione che, siccome non possiamo fermare individualmente ciò che sta accadendo, ciò che creiamo in risposta alla crisi non conta nulla, secondo me è una convinzione sbagliata. Ciò che ci ostiniamo a creare è preziosissimo, perché non si può perdere la sensazione che qualcosa si può, si deve fare.

Per continuare: un libro...

Quest’estate ho letto Fare utopia di Paolo Bosca, uscito per edizioni nottetempo. Liquidare ciò che oltrepassa la soglia del reale come “un’utopia” è il modo in cui il potere definisce i limiti della realtà: questo si può fare e questo no, è “un’utopia”. L’autore ci mostra un altro aspetto dell’utopia: più che un altrove inarrivabile, è un gesto concreto da compiere qui e ora.
Fare utopia vuol dire “costruire arcipelaghi abitati da esperienze di discontinuità rispetto a un modello che non si vuole accettare o che, perlomeno, non si vuole accettare come unica realtà data” (p.129). L’utopia, insomma, c’è finché si fa, finché continuano a farla le persone, insieme, ripetutamente. Non è e non vuole essere universale, ma ciò non la rende meno reale; anzi, fare utopia lascia delle tracce, nei territori e nelle persone. Non è sognare: è scegliere, in ogni momento, dove stare e cosa costruire.

...e un film

Sicuramente arrivo tardi a consigliare Flow, film del 2024 vincitore di un Oscar e di un Golden Globe come miglior film di animazione. Sono grata all’utente di Reddit che lo ha consigliato come film da vedere insieme a bambini di 4 anni, regalando a me e a mia figlia un pomeriggio di meraviglia. Se non lo avete ancora visto, rimediate: Flow è un inno alla speranza e alla forza della cooperazione. I protagonisti sono animali che si comportano come tali, non parlano e (finalmente!) non cantano, eppure comunicano, litigano, si aiutano a vicenda in un mondo ostile da cui gli umani sono già scomparsi. La vita continua anche senza di noi; Flow ci insegna che se c’è qualcosa che può salvarci, è ostinarci a collaborare nonostante le nostre diversità.

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