Costruire un sistema parallelo
Due settimane fa abbiamo pubblicato un reel sul nostro profilo Instagram che riassume la nostra visione (cioè il sistema in cui desideriamo vivere e verso il quale stiamo orientando la nostra vita e le nostre azioni): una rete globale di comunità locali, autonome e interdipendenti, che si scambiano saperi e risorse.
Molti hanno lasciato commenti, domande e dubbi, hanno condiviso le loro esperienze e parole di incoraggiamento, ci hanno indirizzato a iniziative affini per valori e intenti. Non siamo sicuramente i primi a parlare di argomenti simili in questi termini, ma ci fa indubbiamente piacere che tanti si siano rispecchiati nel breve video che abbiamo condiviso.
Innanzitutto, voglio fare chiarezza sulle parole che compongono la visione.
Con rete globale di comunità locali intendiamo forme di organizzazione infinitamente varie e complesse: comunità, associazioni, reti, progetti, a ogni scala immaginabile, che si sovrappongono e si intersecano in varie maniere. Alcune di queste sono a scala molto locale – tipo un gruppo di persone che vivono nello stesso quartiere – e altre a scala globale.
Con autonome intendiamo che queste comunità possono darsi le proprie norme, stabilire le proprie pratiche e organizzarsi e trasformarsi come desiderano. Non stiamo parlando quindi di comunità "tradizionali", nelle quali si fa come si è sempre fatto e si evita il cambiamento, né di comunità le cui leggi sono stabilite da altri (tipo degli esperti o delle istituzioni) e sono applicate in maniera universale e standardizzata in qualsiasi luogo e situazione.
Con interdipendenti intendiamo che queste comunità sono in una relazione di mutuo supporto e reciprocità. Non sono dunque indipendenti o isolate, né dipendono interamente da fattori esterni tipo altre comunità, istituzioni, o il mercato: sono in grado di scambiare saperi e risorse.
Con saperi e risorse intendiamo le conoscenze e le cose materiali necessarie per superare le difficoltà.
E poi c’è la parola "sistema": termine vago e onnicomprensivo, dunque ci tengo a spiegare cosa intendo. Quando parlo di "sistema", mi riferisco alla nostra società e alle persone che la compongono, alle ideologie dominanti, ai meccanismi finanziari, politici e sociali che si rafforzano a vicenda, alle varie forme di potere che esistono e a come queste vengono distribuite o accentrate, e alle dinamiche più diffuse tra gruppi e tra individui. Insomma, mi riferisco ai meccanismi di potere che sono alla base dello stato attuale del mondo.
Chiarito (si spera) il senso di alcuni termini chiave, risponderò ai commenti frequenti.
Bello, ma… quindi?
Un primo insieme di commenti si può riassumere grossomodo così: "Quindi? Come ci organizziamo? Qual è il piano?"
L'assunto di base della nostra visione è che il sistema attuale non è sostenibile e pertanto smetterà di sostenerci. Succederà, sta già succedendo: il sistema ha già fallito e ci sono evidenze ovunque. Non dovrebbe essere necessario elencarle, ma a titolo d'esempio: il cosiddetto libero mercato è un susseguirsi di bolle di espansione finanziaria che poi scoppiano generando crisi dopo crisi; mentre i giornali annunciano il primo triliardario della storia, aumentano disoccupazione, precarietà e povertà; mentre noi boccheggiamo di fronte al ventilatore, le compagnie petrolifere aumentano le loro emissioni sotto lo sguardo benevolo dei governi; il fascismo, retroguardia del sistema capitalistico, è vivo e vegeto e lo stesso si può dire di patriarcato, razzismo, imperialismo e guerre. Occorre tenere ben presente tutto questo, affinché ci sia sempre chiaro perché ci impegniamo tanto per trovare un'alternativa: ne va della nostra sopravvivenza.
Per garantire la nostra sopravvivenza attraverso questa crisi pervasiva, dunque, occorre costruire un sistema parallelo e cominciare a prendercene cura. Non esiste rivoluzione capace di abbattere ogni cosa ed erigere qualcosa di nuovo al suo posto dall'oggi al domani – specie se desideriamo che ciò che verrà dopo sia migliore di ciò che ci lasciamo alle spalle. Dobbiamo costruire sistemi che operino parallelamente a quello attuale, costruendone le infrastrutture giorno dopo giorno: nuove economie, nuove norme, nuove narrazioni, nuovi rituali. Dobbiamo cominciare a contare su queste nuove infrastrutture, anziché sul sistema fallimentare in cui al momento continuiamo a investire energie. Per un po’ i due sistemi coesisteranno; man mano che il nuovo sistema si consoliderà, potremo contare sempre di più su di esso, e abbandonare progressivamente il precedente.
Il sistema parallelo di cui parliamo è la rete globale di comunità locali, autonome e interdipendenti, che si scambiano saperi e risorse. È il modo in cui ci assicuriamo che quando il sistema collasserà, non ci porterà con sé. Anzi: siamo in grado di costruire un sistema parallelo in cui la vita è più gioiosa e piena di significato.
Ripensiamo al periodo del Covid. I supermercati erano sforniti, il sistema sanitario allo stremo delle forze, i lavoratori essenziali sfiniti, le scuole chiuse. Per mesi abbiamo pazientemente costruito soluzioni alternative. In quel periodo, per esempio, noi abbiamo venduto o regalato le eccedenze del nostro orto familiare, proprio perché c'era molta richiesta a livello locale. Io mi ero messa, come molti altri, a fare il pane per amici e parenti. I genitori e le scuole, ciascuno come poteva, si erano attrezzati per dare continuità all'educazione di bambini e ragazzi. Avevamo addirittura creato nuovi rituali per non sentirci soli, tipo applaudire al balcone tutti i giorni alla stessa ora. Ed eravamo tutti isolati per limitare il contagio, senza possibilità di incontrarci di persona per organizzarci. Non voglio celebrare le difficoltà, la sofferenza e il lutto di un periodo che è stato difficile per tutti, e per alcuni più che per altri; voglio però sottolineare l'impegno profuso per fare fronte alla situazione.
Occorre farsi oggi le stesse domande che ci facevamo allora: se il supermercato fosse vuoto, cosa mangerei? Se il pronto soccorso fosse a corto di personale, chi mi potrebbe assistere? E se andasse via la corrente? Se la scuola chiudesse? Come potrei organizzarmi con i miei vicini per sopravvivere una settimana? Un mese? Un anno?
In termini pratici, noi ci stiamo concentrando su:
imparare a coltivare cibo per la nostra comunità rispettando l'ecosistema – anzi, se possibile, supportando la sua rigenerazione
recuperare una vecchia cascina per offrire spazi alla comunità dove fare, o imparare a fare, le tante cose necessarie alla realizzazione della visione
educare i nostri figli affinché siano anzitutto dei bravi membri della comunità, e non solo dei “bravi lavoratori”
tessere relazioni con persone vicine a noi e con delle affinità di pensiero.
Queste non sono le uniche cose che si possono fare: ci sono tante abilità da condividere e da sviluppare e tanti ruoli che ciascuno può ricoprire. Occorre che ciascuno trovi quello che gli è più congeniale.
Di cosa possiamo fare a meno?
Un secondo insieme di commenti – pochi, in verità, ma interessanti – recita più o meno così: "Senza le tecnologie garantite dalle economie di scala è impossibile sopravvivere. Non si può vivere nel medioevo! Se ti va male un raccolto e sei una piccola comunità locale, sei spacciato!"
Viviamo in questa realtà, che è fatta di cose utili e necessarie, e anche di cose percepite come capaci di garantire un certo livello di comfort e un certo grado di efficienza.
Di alcune di queste facciamo volentieri a meno, ma non vogliamo decretare quali tecnologie siano universalmente accettabili e quali no. Molto dipende dal contesto. Però crediamo che sia necessario interrogarsi sulle tecnologie. E in particolare sul fatto che produrre e utilizzare alcune di esse implica di:
compromettere equilibri ecologici
cancellare il patrimonio di conoscenze tradizionali che guidano la vita di tutti i giorni
sottomettere la propria capacità di sostentamento e l'indipendenza decisionale a logiche di sfruttamento calate dall'alto
rinunciare a relazioni sane e gioiose con altri (umani e non)
ingrassare le tasche di pochi che possiedono le tecnologie o i mezzi per produrle.
Mettere in discussione le tecnologie di cui disponiamo significa anche mettere in discussione modi di essere e di rapportarci gli uni agli altri.
Facciamo un esempio. Come tanti altri agricoltori su piccola scala, anche noi abbiamo un motocoltivatore. Dirò di più: è una macchina usata, vecchia e sferragliante, incompatibile con molti degli attrezzi che ci renderebbero il lavoro più semplice, per cui probabilmente ne acquisteremo uno nuovo. Eppure ci domandiamo: quante persone servirebbero per fare, in un'ora, il lavoro che possiamo fare da soli con il motocoltivatore? La risposta è che non lo sappiamo, ma di sicuro non ce lo potremmo permettere, perché la manodopera costa di più. E dunque non lo facciamo, e acquisteremo il motocoltivatore. Però è importante ricordarsi che non esiste una legge naturale che ci impone di meccanizzare il nostro lavoro in campo: se ciò è necessario nel sistema attuale, è in conseguenza di decisioni politiche ben precise, che rendono più economica la meccanizzazione rispetto alla collaborazione (a questo proposito, rimando a un bel post di Dario Cortese @living.soil.dario)
Perciò: non rifiutiamo in blocco le tecnologie contemporanee, né ci aspettiamo soluzioni immediate a questioni complesse. Però auspichiamo che in una rete globale di comunità locali, autonome e interdipendenti, che si scambiano saperi e risorse, sia possibile:
ridimensionare il nostro uso delle tecnologie, specialmente le più dannose;
realizzare le tecnologie necessarie guidati da logiche di bene comune, e non di profitto;
collaborare in reti diverse, a diverse scale, per garantire il benessere di tutte le comunità.
Consigli cercasi
C'è un terzo tipo di commenti (pervenuti anche come messaggi privati) che si può riassumere più o meno così: “Mi dai consigli su come iniziare?” “Dove hai comprato X?” “Come fai a fare Y?”
A questi posso solo rispondere che non siamo esperti. Come fattoria che coltiva orticole e alberi da frutto, siamo agli inizi e veniamo da tutt’altra formazione. Siamo sui social perché desideriamo “sbagliare in pubblico”: sbagliare apertamente ci consente di imparare da chi ci correggerà, e speriamo possa incoraggiare altri a provarci. Idealmente, vogliamo che la gente pensi: "vivere in una rete globale di comunità locali, autonome e interdipendenti, è invitante e possibile, voglio farlo pure io!". Smettiamola dunque di denigrare gli errori altrui e di vergognarci dei nostri, e mettiamoci nelle condizioni di scambiare saperi e risorse.
Per approfondire
Un'unica persona, infine, ha chiesto se ci sono libri o saggi che trattano questi argomenti. Eccome se ci sono. Non sono sicura che siano tutti i più adatti, o i più importanti, ma questi sono quelli che ho letto io e che mi vengono in mente ora:
Petr Kropotkin – Il mutuo appoggio e Campi, fabbriche e officine
Murray Bookchin – L'ecologia della libertà
David Graeber – Fragments of an anarchist anthropology
Stefano Boni – Homo comfort
Arturo Escobar – Designs for the Pluriverse
Ted Trainer – An Anarchism for Today: The Simpler Way
Alla prossima!